Francuzzo, una vita

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Autrice

Maria Emilia Cuzzilla, figlia di Emma, ricercatrice spirituale, pittrice, esploratrice dei mondi, è nata e vive ad Amantea (CS). Fa parte della La scuola delle Donne.
Con questo lavoro è alla sua prima esperienza narrativa, nata dal bisogno di raccontare del fratello amato, scomparso prematuramente, e dall’esigenza di riconoscergli il suo grande valore.

A Carlo,
anima splendente di luce e di amore.
Alla sua amata Carla, alla loro meravigliosa genia, all’insieme dei loro fraterni amici.
Che la nobiltà d’animo di Francuzzo possa guidarci tutti, sempre, come un faro nella notte buia.

Possiedo una mente che parla
e comprende i pensieri degli altri;
per questo fin da piccolo cominciarono a conoscermi
per ogni città.
Ben presto non mi restò altro che salire su questa cima. Da qui vedo anche luminosità a voi nascoste,
e riesco ad ascoltare suoni
che gli esseri umani non sono in grado di percepire.
Tu li senti?

Felice Campora
(Italo, il re degli Enotri)

Un alito di essenza e di consapevolezza si aggira nei posti conosciuti da sempre. È cosciente di essere evanescente. È cosciente di essere in un’altra dimensione. È cosciente di appartenere a una vita già trascorsa e che ora fa parte del suo bagaglio di esperienze umane, formatosi nel corso dei secoli. Sa che questa volta è andato via un po’ troppo presto, ma sa anche che doveva. Sa che quell’andar via troppo presto faceva parte della sua missione, nella vita appena trascorsa. Sa anche che deve memorizzare, interiorizzare e incorporare nella sua essenza, invisibile agli occhi dei più, una serie di aspetti, di emozioni e condizioni, che aveva deciso di affrontare in quest’ultima incarnazione.
E poi è come sedersi a guardare un film, le cui scene si sviluppano e si snodano con estrema velocità e chiarezza e, nel mentre, lo arricchiscono di tanta altra consapevolezza. Tanti perché trovano risposta.

È come assistere alla propria seduta di laurea dove la tesi è stata la sua stessa vita.

Il bimbo ha tre anni, tutti lo chiamano Francuzzo.
Sa di essere piccolo. E non capisce bene. Non mette a fuoco cosa accade. Non sa perché la sua mamma non c’è. Non sa perché non è con lui. Sa che vorrebbe essere coccolato e accarezzato da lei, oltre che stare nelle sue braccia.
Fino a qualche mese fa la vedeva di più. Stavano molto tempo insieme. Ne avvertiva la presenza, ed era bello; era confortante. Ora è un po’, non sa ancora quantificare il tempo, ma gli sembra già tanto tanto tempo, che è più solo. Altre braccia, altre case lo ospitano, per diverse parti del giorno. Altre mani gli fanno una carezza sulla testa, altre mani gli porgono qualcosa da mangiare.

Non sa perché ciò accade. Proprio non capisce e non può capire.

Ma poi eccola, è di nuovo più presente. È di nuovo più vicina a lui. Almeno può dormire con lei. È lei che lo fa addormentare. È lei che lo sveglia al mattino per portarlo dalla vicina. È una brava vicina la donna dove a volte trascorre intere giornate. Può giocare con i figli di lei, può sentirsi una particella della loro piccola comunità; anche se avverte che non è uguale a loro. Loro raccontano anche di papà, narrano di una figura che si chiama papà.
È una figura maschile che sta poco in casa della vicina e che, a volte, lo guarda severamente.
Qualche volta gli ha sentito dire:
Ancora è qui questo bastardo?
Non ha capito cosa vuol dire, ma istintivamente ha avvertito che l’omone non prova molta simpatia per lui.
E Francuzzo, in sua presenza, cerca di diventare invisibile, di camuffarsi tra i mobili, di confondersi con tutto il resto. Sta fermo, immobile. Sta zitto e cerca di non dare fastidio. Sente spesso qualche voce che gli dice che è un bel bambino, che ha dei bellissimi occhi. Lui però vorrebbe piangere, vorrebbe usare gli occhi per piangere tanto, ma cerca disperatamente di ricacciare indietro le lacrime, non vuole dare fastidio.
Quelle volte in cui non è riuscito a fermare il pianto ha avvertito che le figure attorno a lui s’infastidiscono molto. E poi il suo pianto non ha mai fatto arrivare la madre, anzi, quando succede, si crea un gran malessere attorno a lui e capisce che crea molto disagio e avversione. Meglio stare zitto. A volte capita che senta arrivare la madre proprio quando comincia a disperarsi dentro e il dolore gli scorre lungo tutto il corpo.
Sentendo la sua voce improvvisamente è come liberato dalla tristezza e diventa felice. Tanto felice. La mamma quindi lo prende in braccio e fanno ritorno nella loro casetta. Nella loro piccola casa, nella loro tana lui si sente al riparo e al sicuro. Lei lì è tutta per lui. Non c’è nessun altro a dividerli e lei lì è carina e lo mette a dormire vicino a lei. È calda, liscia, è bella la sua mamma e lui sente che vuole stare sempre con lei.

Poi un giorno, una mattina, qualcosa cambiò.

Nella scena che segue Francuzzo si ritrova a seguire fiducioso la sua mamma mentre lei, tenendolo per mano, lo porta lungo delle strade che non aveva ancora visto. Quella mattina lo aveva svegliato presto. Dopo avergli preparato il latte lo aveva lavato e vestito ed erano usciti.
La mamma lo tiene per mano mentre con l’altra tiene una busta di stoffa in cui ha riposto i suoi vestitini. Chissà perché. Ha provato anche a chiederglielo e lei gli ha risposto che gli sarebbero serviti nel posto dove si stavano recando. Salgono poi su un coso grande, che la madre definisce pullman e si siedono lì dentro per un po’ di tempo. Il pullman ogni tanto si ferma e qualcuno che era già dentro scende, mentre qualcuno che è fuori sale.
A una delle fermate la mamma lo fa alzare e, tenendolo sempre per mano, scendono ritrovandosi in uno spazio largo, davanti a una specie di casa molto grande. Lei bussa forte al grande portone, qualcuno apre.
Entrano.
All’interno ci sono delle strane donne con dei vestiti che non ha mai visto, dai colori molto scuri. Una di loro lo prende per mano, lo accarezza e gli dice che è davvero un bellissimo bambino. Poi la mamma entra in una stanza dove si trova un’altra di quelle donne vestita in modo strano, dietro a una specie di tavolino.
La mamma si siede davanti a quella specie di tavolino e si mette a parlare con quella donna dallo sguardo un po’ serio e severo. In quel momento qualcosa in lui scatta. Fino a quel momento si era guardato attorno con attenzione e tanta curiosità. Non aveva avvertito alcun timore, ma ad un tratto qualcosa nel dialogo tra le due donne gli sta trasmettendo addosso una grande apprensione. Si sente triste. Gli viene voglia di piangere e smette di giocare con il pupazzo di pezza che la signora alla porta gli aveva donato.
Come un animale annusa il pericolo e si sente smarrito. La mamma si alza e lo abbraccia forte forte forte. Lo bacia tante volte e poi gli dice di fare il bravo, che lei ogni tanto verrà a trovarlo e così si sarebbero visti.

Un po’ la voce di lei si incrina e lui allora si mette a piangere e a urlare.
Ma cosa sta succedendo? La mamma se ne va? Lo lascia lì, da solo, in mezzo a quelle strane donne sconosciute? Non è possibile! Ma perché? Non è stato cattivo, non l’ha fatta mai arrabbiare.
Quando lei la mattina lo lascia a casa della vicina, raccomandandogli di fare il bravo, lui è stato sempre buono e tranquillo. Ha sì giocato con i figli della vicina, si sono anche divertiti molto insieme, ma non gli è mai sembrato di essersi comportato male. Mai! Non può esser vero. Non può capitargli questo. Quel posto è brutto, scuro, pieno di buio.
Il soffitto è alto. Molto alto. Gli sembra che l’aria gli manchi. Singhiozza così tanto che si sente stringere la gola. Intanto la madre, piangendo, si allontana decisa. La porta viene aperta e lei esce.

Francuzzo sente nella profondità del suo esserino che passerà molto tempo prima di rivederla. Avverte un dolore senza confini e si mette a piangere senza però più urlare. Capisce, in quel momento, che il suo mondo è cambiato. Tutto fino al giorno prima gli dava felicità e ora si sente precipitare in un abisso. Vuole tornare a casa. Dov’è ora la sua casa? Cosa ci fa lì? Perché? Perché? Perché? E non può fare altro che piangere. Piangere e piangere. Per fortuna una di quelle signore col vestito lungo e grigio e una stoffa sulla testa, lo prende in braccio e cerca di consolarlo mentre un’altra gli dice che non deve piangere, che lì starà bene, che lì avrà da mangiare, che poi potrà frequentare la scuola e che potrà giocare con gli altri bambini che si trovano anche loro lì e che sono anche tanti. Ma Francuzzo continua a piangere e urlare, fino a quando, dopo tanto singhiozzare e tormentarsi, si addormenta distrutto.

La mattina, dopo la prima notte trascorsa in quel posto brutto e buio in cui ha pianto tanto prima di addormentarsi, si alza fiducioso che la mamma torni a riprenderlo. Magari era solo per quella notte, pensa. Sì, sicuro lei tra poco arriverà e se ne sarebbero tornati alla loro casetta piccola ma tanto luminosa. Non avrebbe protestato, anche se fossero dovuti andar via a piedi. Avrebbe camminato senza mai dire di voler essere preso in braccio. Sarebbe stato zitto e buono e avrebbe camminato, camminato senza stancarsi, senza protestare e senza chiedere nulla. Sì, sicuramente lei tra poco verrà. Sicuramente. Non lo avrebbe lasciato lì, come poteva stare senza di lui? Ma lei non torna. Forse domani ancora… e poi forse domani ancora…

Lei non tornò e lui piano piano smette di piangere fiumi di lagrime inconsolabili, smette di urlare forte per la sensazione di mancanza che tanto lo strazia in alcuni momenti. Smette di non voler più mangiare, non protesta più, la mattina, quando viene svegliato.
I giorni cominciano a trascorrere sempre uguali, scanditi dalle stesse cose.
Tutto cambiò nella sua vita. Da quel momento non c’è più la piccola casetta in cui ha vissuto con la sua dolce e amorevole mamma. La casetta con una sola stanza per cucinare, dormire e stare durante il giorno. Ora ci sono corridoi lunghi e larghi, al buio, con stanzoni enormi dove dormire con tanti altri bambini.
La mattina bisogna scendere dal letto non appena la suora (aveva imparato a chiamarla così; tutti gli altri bambini la chiamavano così), li sveglia. Bisogna andare subito a fare la pipì e poi vestirsi. Subito dopo bisogna correre nello spazio grande chiamato mensa, dove si siede sui grandi banchi a fianco agli altri per consumare la zuppa.
Prima della zuppa, però, bisogna recitare le preghiere. Dopo, ancora si può andare a giocare nel cortile, se bel tempo, o nello stanzone delle attività ricreative se maltempo, fino a quando non si sente il suono della campanella che annuncia che è ora di pranzo.
Nel giro di un paio di settimane, Francuzzo si abitua a quella nuova routine pur con la morte nel cuore. Continua a chiedersi perché la sua dolce mamma lo abbia lasciato lì da solo e se ne è andata via velocemente. Magari se fosse rimasta anche lei lì, quel posto non gli sarebbe apparso poi così brutto. Lei invece, cattiva, cattivissima anzi, se n’era andata. Sì, la sua mamma è diventata cattiva. Non è più la mamma buona e dolce che lo prendeva in braccio e lo cullava, dandogli tanti bacini, con a volte tanti piccoli morsi che non facevano male. Ora è diventata brutta e cattiva, perché lo ha depositato in quel posto assurdo con tutte quelle persone che non conosce, senza farsi vedere più.

Una mattina, dopo aver mangiato la zuppa, seduto su una sediolina, gli viene da chiedersi se la ragione di quell’abbandono non fosse da attribuire all’arrivo di quell’esserino che tutti avevano chiamato Lasorellina.
Fino a poco tempo prima stavano così bene insieme lui e la sua mamma. Era pure vero che durante il giorno spesso non era in casa con lui, ma poco prima dell’arrivo di quell’intrusa, la sua mamma, a cui era venuto un pancione molto grande che diventava ogni giorno più grande, stava meno tempo fuori casa, forse proprio a causa di quel pancione.
Era stato davvero un bel periodo. La mattina si svegliavano insieme nel grande lettone e poi lei gli preparava la zuppa. Magari dopo lui giocava lo stesso un po’ davanti la porta con i figli della vicina, ma sapeva che la sua mamma era a casa. Ad un bel momento della giornata lei lo chiamava per andare a mangiare un bel piatto di ceci o di fagioli. Come gli piacevano i ceci, erano la sua passione. Ma poi un bel giorno si era svegliato e aveva sentito tanti rumori e la sua mamma urlare. Aveva avuto tanta paura. Si era alzato per andare a vedere cosa stesse succedendo e si era trovato davanti a delle vicine e a una donna che non aveva mai visto prima. Non gli avevano permesso di avvicinarsi alla sua mamma, ma tutte gli avevano detto di stare tranquillo, che tra poco avrebbe visto sia la mamma che Lasorellina, che la sua mamma aveva un po’ di dolori alla pancia, perché nella pancia c’era Lasorellina che voleva uscire ed era per questo che lei ogni tanto gridava, perché Lasorellina, cercando di uscire, le faceva male.

Sentì subito una grande avversione per quella cosa che doveva essere Lasorellina, e si mise mogio mogio a sedere in un angolo in attesa che tutto quel frastuono e tutta quella confusione, avesse termine. Come avrebbe voluto avvicinarsi alla sua mamma e consolarla, e dirle pure che c’era lui che le voleva bene e che non doveva preoccuparsi di nulla! E poi, quando tutto si calmò, la sua mamma rimase distesa sul letto e lo chiamò, gli disse di avvicinarsi per conoscere Lasorellina.
Lasorellina era un fagottino piccolo piccolo, con gli occhietti chiusi che ogni tanto emetteva dei suoni strani. E poi di tanto in tanto, e questo lo sconvolse molto, vedeva che quell’esserino veniva messo vicino al petto della sua mamma e lì si metteva a succhiare le sue belle tette. Gli dava molto fastidio vedere questa scena. Era come se di punto in bianco lui non esistesse più. Fino al giorno prima di tutto quello scombussolamento che aveva portato in essere Lasorellina, non c’era nessuno che si metteva in mezzo tra lui e la sua mamma. Erano una cosa sola e stavano così bene insieme… Ma poi tutto questo era cambiato. Sperò a lungo che qualcuno venisse a prendersi quella cosa e la portasse lontano da loro, ma nonostante il tempo passasse, questo non accadeva. Anzi, era lui che veniva più spesso depositato a casa dei vicini. Era lui quello a cui dicevano di fare il bravo per non far svegliare Lasorellina. E lui, pur a malincuore, obbediva sempre, avrebbe fatto qualunque cosa pur di fare contenta la sua mamma. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di poter tuffarsi anche lui nel petto bello rotondo della sua mamma. Perché lui doveva bere il latte dalla tazza e Lasorellina poteva invece accomodarsi tra i seni della sua mamma e ciucciare ora da uno, e dopo un po’ dall’altro?

Sentiva che tutto ciò era una profonda ingiustizia, che la sua mamma davvero non capiva molto bene. Come poteva aver fatto tanto spazio a quella cosina, senza preoccuparsi di lui che si sentiva tanto solo! Come poteva correre subito, non appena quella cosina si metteva a piangere e lo lasciava, dicendogli di non muoversi e di fare il bravo.
Uffa! Era proprio stanco di fare il bravo. Ma serviva davvero fare il bravo? Gli sembrò che fare il bravo non portasse a nulla. Anzi più faceva il bravo e più era come se si dimenticassero di lui. E tutto questo rappresentava lo scenario fino a quella mattina di poco tempo prima.
Poco? In realtà ora gli sembra che sia passato tanto tempo. Quella mattina la sua mamma si era dedicata un po’ più a lungo a lui, quando lo aveva lavato e vestito e poi erano usciti insieme. Lui era stato davvero contento. Finalmente di nuovo soli, lui e la sua mamma, senza Lasorellina. Che bello!
E poi avevano camminato a lungo, erano saliti su quel coso grande chiamato pullman che li aveva portati lontano. Seduto sul pullman si era sentito importante. Sicuramente nessuno dei suoi amichetti era salito su quel coso. Solo lui quel giorno. Quando sarebbero tornati a casa si sarebbe fatto vanto di quell’esperienza e avrebbe detto loro che lui aveva visto un pullman e che c’era pure salito sopra. Sicuramente lo avrebbero guardato con gli occhi pieni d’invidia per quell’esperienza che lui aveva fatto e loro invece no. E poi, dal pullman, guardando dal finestrino aveva visto anche il mare.
Il mare! Ricordava che un po’ di tempo prima, quando era caldo caldo, la sua mamma lo aveva portato qualche giorno al mare e, altre volte, c’era andato con la vicina di casa e i suoi figli. Ricorda che c’era stato anche il giorno in cui tutti gli avevano fatto gli auguri, dicendogli che era il suo compleanno, che da quel giorno lui avrebbe avuto ben quattro anni.
Anche quel giorno si era sentito importante, tutti lo baciavano e gli dicevano tanti auguri. E la sua mamma aveva fatto un bel dolce. Aveva fatto il pan di spagna e lo aveva riempito di una cremina liscia, buona e dolce, in cui c’era una buccia di limone che la rendeva profumatissima. Si era proprio scialato quel giorno. Erano andati al mare, lui, la sua mamma, e Lasorellina.

Dopo un po’ la sua mamma era però tornata a casa perché diceva che per Lasorellina stava diventando troppo caldo e doveva riportarla a casa. Lui però era potuto restare con la vicina e i suoi figli. Poi nel pomeriggio, dopo aver fatto un riposino, avevano mangiato insieme ai suoi amichetti il dolce buono che aveva fatto la sua mamma. Sì, quel giorno era stato davvero felice. Era stato davvero bello. Quattro anni. Aveva compiuto quattro anni. Oh, sarebbe tornato volentieri indietro nel tempo, se questo lo poteva riportare alla sua casetta con la sua mamma.
Non era importante crescere, sarebbe rimasto volentieri sempre piccolo. Sì, piccolo piccolo, per sempre, se questo fosse stato necessario per non cambiare le cose lui avrebbe accettato. A che serviva diventare grandi, avere quattro anni, se poi doveva stare lontano dalla sua mamma?

La sua mamma era tutto quello che aveva.

I suoi amichetti, i figli della vicina dove spesso era stato a giocare e ad aspettare che la sua mamma tornasse, avevano anche il papà. Chiamavano così l’uomo grande che tornava a casa solo nel pomeriggio, a volte la sera e che, quando c’era lui nelle vicinanze, si sentivano tutti intimoriti e incapaci di ridere, scherzare e giocare.
Quando il papà dei suoi amichetti tornava lui non vedeva l’ora di poter andar via e tornare a casa sua, perché avvertiva lo sguardo di quell’omone addosso, come se lo accusasse di qualcosa, come se gli desse fastidio la sua presenza, e allora lui si faceva piccolo piccolo e se ne stava zitto e buono, in un angolo, in modo da diventare quasi invisibile, in modo da non far notare la sua presenza.
E non appena sentiva la voce della sua mamma che diceva di essere tornata, subito sgattaiolava fuori incontro a lei, tutto felice e saltellante. E non pensava più a quel signore grande e scorbutico a cui sembrava dare fastidio. Si chiedeva, a volte, che bisogno avesse quel signore di tornare a casa. Si chiedeva come mai non restasse nel posto dove era stato fino a quel momento. Si diceva anche che forse lui era fortunato a non avere per casa una persona come quella da dover chiamare papà. Non era piacevole l’atmosfera quando c’era questo papà in giro. Meglio lui, che in casa non aveva personaggi simili e si poteva respirare tranquilli senza sentirsi osservati e guardati male.
A volte i suoi amichetti lo avevano deriso dicendogli che lui non aveva il papà. Si era sentito umiliato e il suo cuoricino si era stretto in una morsa dolorosa, però, poi, a pensarci bene, a parte la derisione dei suoi amichetti, non gli dispiaceva non avere il papà e non avere un signore burbero e che incuteva timore per casa.
Le sere, con la sua mamma, erano così dolci e belle, che sicuramente la presenza di un papà le avrebbe rovinate. Comunque, ora che si ritrova disperato e si sente solo, smarrito, abbandonato, ora che il suo piccolo cuoricino sembra scoppiargli in petto, accetterebbe anche la figura del papà, se questo lo può riportare a casa. Sì, sì, accetterebbe anche un papà, starebbe buono buono, zitto, e non farebbe nessun rumore che possa svegliare Lasorellina, né disturbare papà.
Piano piano, dunque, Francuzzo si abitua e nello stesso tempo comincia a godere della presenza degli altri bambini. Ce ne sono di diverse età: come lui, più grandi, pochi più piccolini. Giocano molto insieme e questo lo distrae. Le suore sono carine e simpatiche. Suor Anna in particolare. Lei lo abbraccia spesso e lo accarezza. Molte volte lo ha cullato in braccio per consolarlo. Fin da subito, fin dal primo giorno. Stare con lei lo fa sentir bene. Qualche altra è più dura e rigida e lui le teme. E così prosegue la sua vita e così fu per un bel po’ di tempo.
Poi una mattina, mentre sta giocando nel cortile, lo avevano chiamato perché c’era una visita per lui. E si era trovato davanti la sua fantastica mamma cattiva cattiva. Restò sorpreso, meravigliato, annichilito e tante altre cose ancora… Anche contento.
Eccola là. Era venuta. Finalmente era venuta a prenderlo e ora potevano andar via insieme. Potevano ricominciare a vivere come prima. Sì, sicuramente era molto molto arrabbiato con lei ma anche sicuro che c’era una spiegazione per quell’assenza. Non importava quale era stato il motivo. Finalmente era tornata.
Lei lo prese in braccio, lo abbracciò stretto stretto e lo riempì di baci. Tanti tanti baci. Com’era bello sentirsi di nuovo abbracciato da lei. Gli chiedeva come stava e se aveva fatto amicizia con gli altri bambini; se aveva trovato il modo per giocare e divertirsi. Era commossa, si vedeva, e piangeva anche. Lui non riusciva a spiccicare parola, desiderava solo andar via subito da lì. Perché non si sbrigava?
E poi, invece, ecco che la mamma gli dice che sta per andar via, che nella casa dove sta adesso non avrebbe potuto portarlo perché non c’era tanto posto e i padroni di casa non sono molto bravi; che sarebbe tornata presto a trovarlo, che gli vuole molto bene e di fare il bravo e di non fare arrabbiare le suore…
No! Di nuovo lo lasciava lì? Non era possibile! Come faceva a vivere senza di lui? Lontana da lui? No!! Perché? Perché ancora? Era stato bravo. Anzi bravissimo, perché lo lasciava ancora lì!! Perché era venuta?
Non la aspettava. Era tranquillo. Stava giocando tranquillo con i suoi compagni. Grazie ai suoi compagni di gioco riusciva a sopravvivere alle giornate in quell’edificio scuro e cupo. Vederla gli aveva procurato uno strazio infinito. Un vuoto enorme… La mamma era cattiva cattiva cattiva. Si era tenuta Lasorellina e aveva scacciato via lui. Basta, non la voleva vedere mai più. Mai più. E non l’avrebbe vista ancora per qualche mese.
Poi si presentò di nuovo. Una mattina, sempre mentre stava giocando, lo avevano chiamato perché c’era una visita per lui. Si era allontanato di mala voglia. Il ricordo dell’ultima volta gli faceva ancora male. Non aveva detto nulla in sua presenza. Un sorriso appena. Si era lasciato abbracciare e baciare. Aveva ascoltato la madre ripetergli di fare il bravo, di non fare arrabbiare le suore, di mangiare, lei sarebbe tornata ancora, tra qualche tempo. Quando lei se ne andò, di nuovo stette immobile, si sforzò di non mettersi a piangere, si girò e se ne andò vicino ai suoi compagnucci.

Meno male che c’erano loro. Meno male che c’erano altri bambini con lui. Meno male che poteva condividere la sua sorte con quella di altri bimbi. Non era bello da pensare, ma sentiva meno male se pensava che anche altri bambini erano stati lasciati lì dalle loro mamme, che forse non li volevano più. Le suore dicevano che le mamme li avevano deposti lì perché erano troppo impegnate per tenerli vicino, che in casa erano in troppi e non avevano abbastanza da mangiare, mentre lì almeno c’era un boccone assicurato per tutti.
E poi c’erano loro, le suore, a tener loro compagnia. Gli volevano bene. Loro, bimbi, dovevano ringraziare Dio, il buon Gesù, di aver trovato un tetto sotto cui stare, dove era assicurato il cibo, un letto dove poter dormire, e presto anche la formazione scolastica.
Quindi, no pianti, no strilli e tutti bravi bravi, come soldatini, a imparare la preghiera dell’angelo custode da recitare la sera, prima di addormentarsi. AMEN.
E così i giorni passarono apparentemente lentamente, ma anche velocemente. E poi cominciò a sentir parlar di Natale.
A Natale nasceva Gesù bambino. Gesù, quest’essere a cui bisognava essere grati di tutto. E bisognava fare il presepe. Lì si divertì molto. Guardare e provare ad aiutare la suora a fare il presepe fu divertente, le casette di cartone, le colline, le montagne, i pastori e la capanna. Il bue, l’asinello, la Madonnina e San Giuseppe.
Poverino Gesù bambino che nasceva in una capanna, che era senza vestiti in pieno inverno con il freddo e solo il fiato caldo dei due animali. Tutto sommato loro stavano meglio di lui. Chissà perché tutti parlavano di lui come di qualcuno di molto, molto importante. Chissà com’era che poi era riuscito a diventare importante, tanto importante che si parlava sempre di lui e bisognava stare in ginocchio a pregarlo. Comunque, gli era piaciuto fare il presepe con la suora. Con suor Anna. Lei era davvero brava e poi era bellissimo quando lo abbracciava e baciava. Sicuramene sarebbe stato bello se fosse stata lei la sua mamma, anziché quella che gli altri chiamavano Emilia e che lo aveva lasciato lì senza preoccuparsi più di lui; quella che aveva preferito Lasorellina a lui.
Quando il presepe fu finito mancava solo Gesù bambino nella mangiatoia, ma questo lo avrebbero messo solo quando era il momento giusto della nascita. Solo il giorno di Natale.

E il giorno di Natale arrivò. Le suore li vestirono con i loro vestiti più belli e li portarono in gran solennità ad ascoltare la messa, che fu lunga e noiosa, ma sapevano che poi ci sarebbe stato il premio di un buon pranzetto con tante cose buone e anche tanti dolci.
E così fu: pasta al forno per primo, le cotolette per secondo, con le patate, e poi tanti buoni dolcini. Beh, sì, Natale era proprio bello. E poi ci fu carnevale e poi la Quaresima. Il freddo finì, e si avvicinò l’estate.

Un bel giorno, ritornò a trovarlo la sua mamma. Questa volta non fu molto difficile quando si staccò da lui per andare via, anzi Francuzzo si era sentito un po’ a disagio in sua presenza. Gli aveva detto che non era riuscita a venirlo a trovare durante il lungo inverno, che era stata molto impegnata, che Lasorellina cresceva, aveva compiuto un anno da poco, che presto sarebbe stato anche il suo di compleanno; che avrebbe compiuto cinque anni, che era davvero un bellissimo bambino e che lei gli voleva tanto tanto bene, anche se non poteva portarlo con sé ma che, quando sarebbe stato grande, lo avrebbe portato via e sarebbero stati di nuovo insieme.
Lui però non provò desiderio di diventare grande, no. Ora in quel momento voleva solo tornare dai suoi compagni a giocare. E poi lei se ne andò. Questa volta non pianse. Ormai si era abituato a stare lontano da lei. Anche i suoi compagni ogni tanto ricevevano la visita di qualche familiare, ma non aveva mai visto nessuno di loro piangere ed essere triste, per come era accaduto a lui tempo prima.

Bene, ormai stavano bene lì, stavano insieme, giocavano insieme e imparavano le preghiere insieme, si facevano i dispettucci insieme e venivano richiamati tutti insieme dalle suore. Sì, la compagnia dei bimbi che, come lui, non stavano in casa con le loro mamme, gli faceva da coperta, gli rendeva la vita possibile, gli dava la possibilità anche di essere sereno e sorridere. E poi ci fu anche qualche giornata di mare.
Il mare! Che bello era stato entrare tutti i più grandicelli nel pulmino e raggiungere la spiaggia! Era stato divertentissimo. E poi era stato piacevole bagnarsi nelle sue acque. Certo sarebbe stato bello andarci tutti i giorni, ma le suore riuscivano a portarli al mare solo ogni tanto e quando succedeva era veramente una festa. E poi ci fu di nuovo l’autunno. Era già passato abbondantemente un anno da quando era arrivato in quel paesino in collina. Ormai non aveva più il cuore gonfio di tristezza come i primi tempi. In certi momenti si sentiva anche felice e lo era davvero, quando poteva correre tra le braccia di suor Anna. E poi si ricominciò a parlare di Natale.
Natale. Questa volta voleva partecipare attivamente alla preparazione del presepe, sì, davvero voleva aiutare Suor Anna nella preparazione delle casette e nella disposizione della panichella. Si sentiva molto predisposto verso quel genere di attività, quando c’era da sistemare qualcosa si sentiva pieno di entusiasmo e di voglia di fare. E poi era sempre pronto a obbedire per tutto quello che le suore gli chiedevano. Non si faceva mai pregare due volte. Lasciava il gioco e accorreva per i piccoli lavoretti di cui le suore avevano bisogno.
Qualche volta i suoi compagni lo schernivano per questo, ma a lui non importava, sentiva che gli dava piacere farlo ed era felice di rendersi utile, rispondendo di sì alle varie richieste. Lo sguardo ricolmo di tenerezza che gli offrivano come grazie gli dava sollievo, gli dava pace, gli dava gioia, lo faceva sentire al posto giusto.
Anche i suoi compagnucci a volte gli chiedevano cose, soprattutto i più grandicelli e monelli, quelli che si divertivano a fare un po’ da capetto, che spesso ricorrevano alla sua natura servizievole per dargli ordini e farsi fare dei piccoli favori, che lui era comunque felice di eseguire.
Sì, quando si ritrovava in quel ruolo di piccolo aiutante si sentiva al posto giusto.

I momenti meno belli, per lui, in quell’edificio grande, buio e un po’ tetro, erano quelli in cui bisognava imparare le preghiere a memoria, quando bisognava fare catechismo, quando bisognava stare fermi nei banchi per ascoltare la suora che faceva da maestra e che iniziava a insegnare loro a leggere e a scrivere. Era noioso e pesante, ma stava zitto e buono. Non osava ribellarsi, né cercare di commettere monellerie per ravvivare i momenti più pesanti.
E così, passarono degli anni; tra Natali, Pasque, estati e giornate di mare.

Aveva dieci anni quando, per quel Natale, la suora gli disse che le vacanze poteva andare a trascorrerle a casa con la mamma. Che qualcuno lo avrebbe accompagnato nel paese vicino, dove abitava con Lasorellina. Restò perplesso davanti a questa possibilità. Un Natale lontano da loro? Un Natale in cui non si sarebbe più seduto vicino ai suoi compagni a mangiare le pietanze più buone? È vero che accadeva anche a qualcun altro del loro gruppo, di allontanarsi durante le famose festività per andare a trascorrerle a casa con i familiari, ma a lui, finora, non era mai successo, né aveva sofferto per questo.
Non sapeva se essere contento oppure no. Capì però che non poteva rifiutare.
Dire di no? E con quale ragione? Non avrebbe nemmeno saputo spiegarlo il motivo per cui aveva paura ad allontanarsi da quel luogo che ormai era diventato la sua tana, che ormai viveva come una sua protezione, dove sentirsi al riparo da tutto. Certo sarebbe stato lontano anche dai suoi compagni e questo gli dispiaceva, soprattutto per quelli che, come lui, almeno finora, non si erano allontanati mai da quel posto. Insieme a loro si sentiva al sicuro, erano un gruppo, probabilmente di persone un po’ meno fortunate di altre, però insieme erano forti, si bastavano, si sostenevano, erano amici.

E poi arrivò il giorno in cui venne affidato a un signore che si recava, in auto, nello stesso paese dove abitava la sua mamma. Non parlò durante il viaggio, giusto qualche risposta a monosillabe per rispondere alle domande del signore che dopo un po’, capendo che non ne avrebbe ricavato molto, lo lasciò tranquillo. Lui intanto guardava tutto dal finestrino. Guardava il mondo, le strade, gli alberi, le case, il mare, la ferrovia, le persone che si incrociavano, le altre auto. Cominciò a pensare che era davvero una gran bella cosa possedere un’auto, con questa potevi spostarti dove e quando volevi. Fantastico! Da grande avrebbe voluto possedere un’auto. Avrebbe girato in lungo e in largo e si sarebbe sentito libero. E sarebbe andato ovunque, portandosi addosso quella sensazione di libertà.
Poi arrivò a destinazione, a casa dalla madre che lo abbracciò e baciò felice. Felice di averlo di nuovo sotto lo stesso tetto, anche se per un breve periodo. In casa c’era anche Lasorellina ormai cresciuta, ora una bambina di circa sei anni, ricciola e carina, che lo salutò tranquilla. Più tardi arrivò anche un uomo adulto che non fece grandi moine e che incuteva un po’ di timore. Era strano trovarsi in quell’abitazione, in quel contesto. Si sentì un po’ smarrito e spaurito.

Era quasi ora di cena. Venne apparecchiata una tavola su cui vennero poggiati del pane e delle patate in brodo. Era una cucina diversa da quella a cui era abituato e le patate con il brodo in cui inzuppare il pane erano decisamente buone. Non si dissero molte parole. Lui rispondeva sempre a monosillabe. Non era mai stato un bambino particolarmente chiacchierone, ma in quella situazione gli sembrò davvero difficile parlare. Era come se non avesse nulla da dire. C’erano i pensieri nella testa, c’erano anche le parole, ma non trovavano suono. Restavano ferme, immobili in gola, spaventate dalla possibilità di trovare la luce.
Dopo cena, nella stessa stanza dove era posta la tavola, c’erano due lettini e la sua mamma gli indicò quello che era a lui destinato. Quella fu la prima sera in cui dormì con Lasorellina ormai grandicella. Che strano non trovarsi più nel grande stanzone con tutti gli altri bambini e senza la suora che passava a controllare che fosse tutto a posto. Il letto gli sembrava strano e si girò un pochetto prima di cadere, comunque, profondamente addormentato.

Forse sognò. Forse no. Di certo la mattina dopo, al momento del risveglio, ebbe bisogno di qualche minuto per rendersi contro che non era più nelle grandi stanze dormitorio, non c’era il classico odore che annusava ogni mattina e non c‘erano tanti altri lettini vicino a lui. C’era piuttosto silenzio e si accorse che anche sorellina, ormai cresciuta, era ancora a letto addormentata. Poi sentì che qualcuno si avvicinava. La sua mamma che lo baciava e gli chiedeva se volesse fatta la zuppa. E così iniziò la sua prima giornata, completamente lontano dall’edificio che tanti chiamavano collegio.
Si alzò pure la sorellina e consumarono la zuppa insieme. C’erano anche dei dolcetti. La sua mamma aveva fatto i dolcetti tipici del Natale. Il giorno dopo sarebbe stata la Vigilia e poi il giorno dopo Natale. Era strano pensare di non trascorrere il Natale come gli anni scorsi. Era tutto molto nuovo e sentì che tutto sommato non gli dispiaceva.
Durante il giorno giocò con la sorellina. Si divertì a farle vedere come costruire le case con le scatole di scarpe, come incidere il coperchio per mimare un tabernacolo. Era molto felice di costruire il tabernacolo, la casetta di Gesù. In quel periodo si sentiva molto vicino al mondo dove c’era Gesù, nella casetta piccola piccola, su una specie di tavolino spesso adornato con tovaglie ricamate e tanti bei fiori. Si sentiva anche attratto molto da quella figura che celebrava la messa e spesso aveva pensato che da grande voleva fare anche lui il sacerdote. E lo manifestò in quei giorni. Disse che da grande avrebbe fatto il sacerdote. La madre espresse molta contentezza per questo. Disse che sarebbe stata davvero orgogliosa di avere un figlio così.
In quei giorni si dimenticò che durante il piccolo viaggio in auto, dal collegio a casa dalla madre, aveva pensato pure che avrebbe voluto un’auto per viaggiare e sentirsi libero. Di certo in quei giorni era ancora forte l’attrazione per la figura sacerdotale.

Fu vigilia. Fu Natale, con la partecipazione a una sola messa. Poi fu anche Capodanno e iniziò ad avvicinarsi il momento di ritornare in collegio. Era stato totalmente diverso il trascorrere del tempo, lontano dal grande edificio. C’erano stati anche tanti momenti di paura, di timore. La presenza di quell’uomo adulto in casa spesso incuteva forte tensione. Si stava meglio quando non era in casa, nei giorni non di festa, quando usciva presto e tornava la sera.
Le giornate, così, trascorrevano molto più serenamente in compagnia della sorellina e anche di un’altra bella persona: una vicina di casa, molto vicina. Abitava sullo stesso pianerottolo e sorellina stava quasi tutto il tempo da lei. E questo perché anche la mamma usciva di casa per andare ad aiutare l’uomo che sorellina chiamava papà e così la vicina la teneva d’occhio, mentre produceva preziosissimi ricami.
Si stava bene con lei. Era serena, tranquilla, predisponeva al buon umore e poi dava loro da mangiare i ritagli delle ostie. Sì, lei, oltre a ricamare, con un ferro strano faceva le ostie che poi doveva ritagliare e regalava loro i ritagli. Che buoni! Una goduria. Ne mangiarono tanti tanti. Avidi e golosi. In quei giorni di festività lei ne faceva spesso. Si accorse che sorellina stava bene con lei. Anche lei in casa era spesso taciturna e silenziosa, ma con la vicina era decisamente molto più loquace e parlava, parlava, parlava. Sì, quella vicina era proprio speciale. La sorellina quell’anno aveva iniziato ad andare a scuola, mentre lui faceva già la quarta. E dopo pochi giorni dal suo ritorno al collegio sarebbe ricominciata la scuola dopo le vacanze di Natale. Se avesse potuto avrebbe eliminato l’impegno scolastico. Stare tanto tempo fermo ad ascoltare le suore che gli insegnavano a scrivere, a leggere, la storia dei primi uomini, la geografia, l’aritmetica, le tabelline, era davvero troppo per lui. A volte le suore si alternavano nelle spiegazioni e nell’insegnamento. Alcune erano più brave, altre più difficili da seguire. E poi non gli piaceva quando lo interrogavano, quando doveva rispondere davanti a tutto il resto dei compagni. A volte era davvero complicato. Meno male che con suor Anna era tutto più semplice. Sentiva che quella suora davvero gli voleva bene e, in quei giorni, un po’ gli mancava. La sua mamma era certamente dolce ma sempre impegnata. Fuori casa, per diverse ore al giorno, non aveva tempo per molte coccole. Suor Anna gliene faceva di più. Però era contento di essere ora a casa con la mamma e la sorellina.
Certo sarebbe stato più bello se non ci fosse stata anche la presenza dell’uomo adulto che spesso lo guardava con occhi strani, a volte sembravano quasi malevoli, ma aveva capito pure che era il suo modo di essere. Non era molto morbido neanche con la mamma e la sorellina. Ma loro sembravano tranquille, come abituate, e non vi prestavano particolari attenzioni. Non capiva il suo ruolo ma la sorellina lo chiamava papà, quindi doveva essere il suo papà. Ma lui aveva pure un papà? E se sì dov’era? Perché non lo aveva mai visto? Le domande che gli attraversavano la mente la sera, nel lettino prima di addormentarsi, erano davvero tante ma non osava esprimerle ad alta voce né tantomeno confidarle a qualcuno.
E poi arrivò il momento di tornare in collegio. Una mattina, dopo Capodanno, lo stesso signore che lo aveva portato dal paese vicino a casa dalla sua mamma, lo caricò in auto per riportarlo nel paese vicino. La sua mamma, prima di andar via, lo strinse forte forte al petto, gli raccomandò sempre di fare il bravo, di comportarsi bene e di avere ancora pazienza per qualche tempo ancora, che poi sarebbe tornato a casa da lei per restare senza più dover tornare lontano.
Il tragitto del ritorno fu un po’ triste, con il signore che provò nuovamente a fargli delle domande su come erano trascorsi quei giorni e che poi, vedendo le sue risposte veloci e brevissime, abbandonò il tentativo di farlo parlare per immergersi nei propri pensieri.
Al rientro fu accolto da suor Anna che lo abbracciò e gli fece le feste, chiedendogli come era trascorso il periodo e com’era stato a casa con la sua mamma. Anche a lei diede risposte brevi, ma lo fece sorridendo, sia perché era contento di rivederla, sia perché si sentiva più sereno. Certo quel posto non era il luogo in cui abitava con la sua mamma ma era anche il suo nido; la sua tana che lo faceva sentire al sicuro e dove si sentiva protetto e senza problemi. Era contento di dividere quel posto con i suoi amici. Si sentiva un tutt’uno con loro, come se fossero un sol corpo. Certo era stato triste quando qualche mese prima un paio di suoi compagnucci, all’inizio dell’estate, erano andati via per non tornare più. Dicevano che erano ormai grandi e che quindi era il momento di tornare a casa e di andare a lavorare.
Fu in quel momento che capì che in quel posto non si poteva restare per sempre, che c’era anche un momento finale in cui poi bisognava allontanarsi. E lui aveva appena vissuto un breve periodo di lontananza e di vita alternativa a quella insieme ai suoi compagni tra le mura di quell’edificio grande e con le pareti molto alte. Lui comunque era ancora piccolo. Era ancora da scuola elementare e poi bisognava fare ancora i tre anni di scuole medie. C’era ancora tanto tempo davanti, da trascorrere insieme alla comitiva. E poteva evitare di farsi domande e avvertire apprensione per il suo futuro. Nella primavera seguente, quando iniziarono le belle giornate, nei pomeriggi e nelle ore libere dall’impegno scolastico, ripresero, come l’anno prima, le attività legate al gioco del calcio. Ricominciò il gioco delle partite di pallone con i suoi amici. Per lui quelle ore divennero un vero momento di felicità pura. Dio com’era felice quando giocava a calcio! E poi era davvero bravo. Anzi tutti gli dicevano che era bravissimo, che sembrava che la palla e lui fossero una cosa sola.
Sì, correre dietro quella cosa rotonda, darle calci, cercare di farla entrare in un certo spazio definito porta, ascoltare le grida di gioia quando riusciva a farlo, era qualcosa di veramente inebriante.

Felicità pura. Si dividevano sempre in due squadre e vinceva chi riusciva a segnare di più. E lui era tra quelli che segnavano di più. Quando accadeva le parole gli giungevano in gola e allora si esprimeva, parlava, urlava. Per lui continuava a essere un problema manifestare la propria voce. Era sempre taciturno e non si lasciava andare a commenti né a manifestazioni. Sembrava davvero che le parole bisognasse cacciargliele cu la tinaglia, come commentava qualcuno, ma quando giocava e, soprattutto quando segnava, tutti i freni inibitori, tutti gli schemi mentali, quel senso di impedimento che avvertiva in gola, sparivano tutti insieme contemporaneamente e poteva, così, esultare, parlare e gridare. E anche, era una cosa bellissima questa, sentirsi fiero di se stesso. Non avvertiva alcun senso di inadeguatezza ma solo di trovarsi al posto giusto.
Grazie al cielo esisteva il gioco del pallone, delle partite di calcio. Grazie al cielo esistevano quei momenti in cui non importava pensare di non avere un papà, in cui non sapeva cosa sarebbe stato della sua vita quando sarebbe arrivato il momento anche per lui di lasciare quel posto, di che cosa avrebbe fatto in seguito, in cui si sentiva inadeguato se non sapeva la poesia o se non aveva imparato bene la lezione di storia e geografia, se non sapeva risolvere il problema di aritmetica. Lui e un pallone ai piedi erano una forza e potenza e, grazie al cielo, gli permettevano di giocare. Anzi lo lodavano spesso e sempre di più, per come riusciva bene…

E così, tra scuola al mattino, compiti, faccende di aiuto alle suore, e tante tante partite di pallone, trascorrono altri anni. Si avvicendano i giorni di Natale, di Pasqua e della pausa estiva da trascorrere a casa con la madre, sorellina e omone grande. Sì, al Natale e alla Pasqua si aggiungono le settimane di agosto da trascorrere lontano dal luogo chiamato collegio. Comincia a prendere sempre più confidenza con il paese della sua mamma e con i tanti parenti che ruotano d’estate in quella casa.
Va al mare a piedi con la sorellina e con tutti i vari cuginetti, con cui avverte istintivamente non avere un vero e proprio rapporto di cuginanza, che avverte non essere realmente cuginetti, ma che fanno parte tutti di un gruppo che arriva d’estate da varie zone d’Italia per poi andar via a fine agosto. È divertente stare tutti insieme, andare al mar con loro. Giocare al pallone con loro sulla spiaggia.
E poi arriva un inizio d’estate in cui un mattino vede arrivare al collegio un sacerdote con un altro ragazzo della sua età. Il ragazzo resta con lui e con gli altri. Si guardano un po’ incuriositi l’uno dell’altro, mentre il sacerdote va a parlare con la madre superiora.
Dopo un po’ lo chiamano e gli chiedono di preparare le sue cose, perché quel giorno tornerà a casa dalla madre. È finito il tempo del collegio. È ormai grandicello, il prossimo autunno dovrà andare alle scuole superiori, non può più restare lì. È una mazzata in testa.
Come non può più stare lì? Oddio, e come farà a stare lontano senza più vedere i suoi compagni, le varie suore, soprattutto suor Anna, senza più ritrovarsi con loro nella mensa la mattina a colazione, e poi a pranzo e poi a cena?
Il pavimento si sta aprendo sotto i suoi piedi e sente che gli manca l’aria. Come è possibile? Così di punto in bianco? Di colpo, senza prepararlo?
Panico, sente che la sua vita è davvero un continuo staccarsi da qualcosa o da qualcuno che ama, un continuo sradicamento da un luogo all’altro, un continuo aprire e chiudere una ferita.
Suor Anna si avvicina, lo accarezza e gli dice di seguirlo, che lo aiuterà a prepararsi la roba, che andrà tutto bene, che ora potrà vivere con la sua mamma e che starà bene, che non deve preoccuparsi perché dopo qualche giorno si abituerà a stare con loro, che gli vorranno bene e che ora è un piccolo ometto, che sta diventando un uomo e deve trovare la sua strada nella vita, che andrà alle scuole superiori, poi si diplomerà, si troverà un lavoro e si formerà una famiglia, che sarà felice, che lei gli vorrà sempre bene e che non lo dimenticherà mai. Ha la voce un po’ rotta dall’emozione la suora.
Capisce che si sta commuovendo, anche lui, sente salirgli la commozione in gola. Sì, ha voglia di piangere.

Uffa, è stanco. Stanco di tutto questo avvicendarsi. Piange un po’ tra le braccia di suor Anna che, sente, ormai lo ama come un figlio. Poi lei, sentendo voci nel corridoio, lo allontana dalle sue braccia e gli dice di farsi forza, che davvero tutto andrà bene.

Preparano quindi una busta con le sue poche robe.

È cresciuto dall’ultimo anno e ora il suo guardaroba è davvero misero. Poi tutto si svolge come se non fosse lui a vivere ogni cosa in prima persona. Saluta i suoi compagni che lo guardano attoniti e sorpresi. Anche per loro è uno smarrimento. È stato bello stare con Francuzzo, giocare con lui. Non ha mai voluto litigare, è sempre stato accomodante, anche con chi faceva un po’ il prepotente, disponibile ad aiutarli nelle varie mansioni. E poi così bravo a giocare a calcio. Anche loro sentono un vuoto e la perdita. Stare senza di lui non sarà la stessa cosa.
I più piccoli poi si mettono a piangere. Lui con loro era veramente il fratello maggiore che non avevano. Li cullava, li abbracciava, li aiutava a spogliarsi, ad addormentarsi, a vestirsi la mattina. Un piccolo grande papà. Stare senza di lui è davvero impensabile. Francuzzo dà a tutti loro un bacio sulle guance, e poi segue il sacerdote e l’altro ragazzo che gli dice chiamarsi Vincenzo, ma che tutti chiamano Enzo. Salgono tutti e tre su una vecchia auto. Francuzzo saluta con la mano tutti i protagonisti del suo mondo fino a quel momento. Sono sul portone, ancora storditi da quanto sta accadendo, tristi e commossi. Qualche lagrima gli scorre lungo le guance mentre il suo piccolo cuore si stringe. Si chiede se mai li rivedrà, se avrà ancora la possibilità di trascorrere del tempo con loro. Loro così preziosi e così importanti per la sua giovane vita. Loro che con la loro presenza lo hanno salvato dal dolore, gli hanno dato la forza per attingere alle sue risorse e non lasciarsi andare. In loro compagnia era riuscito a essere gioioso, sereno, anche contento e felice, soprattutto quando giocavano insieme, quando facevano merenda insieme, anche quando dovevano compiere quelle azioni meno piacevoli come recitare insieme le preghiere o partecipare alle messe.
Aver fatto tutto insieme a loro, in loro compagnia, aveva reso tutto più semplice e anche divertente. Lui non era particolarmente monello o ribelle, come qualcun altro, ma ugualmente aveva goduto dei loro scherzetti, delle loro irriverenze. Delle loro disubbidienze. Mai però aveva fatto la spia, anche quando gli chiedevano seriamente se era a conoscenza del nome di chi aveva compiuto la monelleria. Mai aveva accusato qualcuno, piuttosto si era dimostrato disposto a prendersi lui la colpa, anche se nessun mai gli aveva creduto, perché il suo modo di fare era veramente di grande rispetto, timore, obbedienza, tutto condito da una grande educazione. Era stato bene con loro. Grazie a loro era sopravvissuto. Li avrebbe ricordati per sempre portandoli in un angolino del suo piccolo dolce cuore.
Sente che davvero sono stati preziosi e che di tutto questo è necessario farne tesoro. Confezionerà tutte le immagini in un piccolo pacco regalo a cui attingere ogniqualvolta ne sentirà il bisogno. Stare lì con tutti loro lo aveva fatto davvero vivere bene.
Sono questi i pensieri e le emozioni di Francuzzo, mentre l’auto si allontana dai luoghi finora familiari e lui è come perso nelle sue emozioni. È la voce di Enzo che lo strappa ai suoi pensieri ritrasportandolo nella realtà. In particolare, è il gomito del ragazzo che, accortosi della sua astrazione, provvede a stuzzicargli il fianco per cercare di riportarlo tra loro.
Enzo gli chiede se è vero che lui è bravo a giocare al pallone e lui risponde, modesto, che tutti glielo dicono. Lui gioca perché gli piace tanto rincorrere la palla rotonda. Anche il prete gli fa qualche domanda e poi gli dice di non essere triste, perché ora che sarà a casa dalla sua mamma potrà andare in parrocchia dove c’è un campetto, tanti altri ragazzi come lui e con loro potrà continuare a giocare al pallone. Ovviamente poi dovrà andare anche a scuola e fare i compiti, ma il tempo libero lo potrà trascorrere in parrocchia con tutti loro e magari, se davvero è così bravo e servizievole come gli hanno detto le suore del collegio, potrà anche aiutarlo nelle attività della parrocchia che sono sempre tante e che non tutti sono in grado di svolgere. Se lui vorrà, potranno trascorrere tanto tempo insieme. Enzo aggiunge che don Saverio, così si chiama il prete, è davvero un gran bravo parroco, che ha radunato un sacco di ragazzini e che è davvero piacevole trascorrere i pomeriggi in parrocchia, che sarà davvero bello.
E così per Francuzzo inizia un nuovo periodo della sua vita. Ormai la sua casa è dove abita con la sua mamma, la sorellina e l’omone grande. È ancora estate e la mattina va al mare con il gruppo famiglia, con ragazzini come lui e anche più piccoli. Ci sono pure gli adulti. Mangiano tutti insieme. È anche divertente. Il pomeriggio comincia ad andare in parrocchia da don Saverio e lì conosce tanti altri ragazzi della sua stessa età. Fanno subito amicizia e questo gli placa il senso di vuoto e smarrimento, causato dall’allontanamento dal mondo del collegio.
Don Saverio lo osserva e lo tiene d’occhio con sguardo amorevole. Spesso gli dà dei piccoli compiti che lui porta a termine in maniera precisa, veloce e con l’orgoglio di chi può soddisfare il desiderio di un adulto.
Nel primo pomeriggio, subito dopo il pranzo, riesce anche a fare un sonnellino che lo ristora dalle fatiche mattutine del mare. E poi la sera si sta tutti insieme davanti al portone di casa. Arrivano anche altri ragazzi e ragazze del vicinato. Tutto sommato è una gran bella estate.
Giorno dopo giorno si placa il senso di vuoto, la sottile tristezza della lontananza dal collegio e il distacco da suor Anna. Sicuramente il momento di vita estivo aiuta molto, perché è quasi come uno stordirsi con un insieme di compagni, mare, riposino, pomeriggi in parrocchia. Una miscela nuova condita con tanti volti, voci e nomi nuovi, che poi nel tempo diventeranno colonne della sua vita, che nel tempo si trasformeranno in pezzi di vita, pezzi di cuore, pezzi di pelle, che daranno senso a tanto, che daranno senso a tutto e che lo accompagneranno fino al suo ultimo viaggio.

E poi è di nuovo ottobre.

Un nuovo primo giorno di scuola. Questa volta si va alle superiori. Capisce che sta diventando grande e che tanti aspetti piacevoli dell’essere bambino appartengono ormai al passato.
Che strano, si può muovere in autonomia, può raggiungere la scuola a piedi, da solo, proprio come le persone adulte. E così si ritrova in una nuova atmosfera scolastica. Davanti alla scuola ci sono tanti ragazzi, molti sono ancora più grandi e poi eccolo di nuovo in una classe con tante facce nuove. Trova posto in un banco insieme a un ragazzo simpatico. Il primo giorno di scuola scorre veloce e tranquillo. Si sono succeduti professori diversi, che si sono presentati e che hanno iniziato a illustrare le loro materie d’insegnamento. La sua è una scuola professionale. Qui dovrebbero insegnargli un mestiere che possa facilitargli l’entrata nel mondo del lavoro.
Seguiranno cinque lunghi anni di scuola, arco di tempo in cui Francuzzo scoprirà di non amare l’impegno dello studio. Fare i compiti non è il suo forte, prepararsi per le interrogazioni è un qualcosa che lo fa molto soffrire. Non ha mai imparato come si fa a studiare, come si fa a memorizzare per poi ripetere la lezione all’insegnante il giorno dopo. Non ha mai imparato a prepararsi, prima di un compito in classe.
Al collegio le suore non glielo hanno insegnato e ora, a casa, nessuno lo fa. In realtà non lo fanno neanche con sorellina, anche se lei a scuola è molto brava e trascorre lunghi pomeriggi in casa a fare i compiti. Ma lei fa tutto in autonomia, nessuno è a fianco a lei a farle ripetere, a correggerle i compiti. È brava di suo. Lui no. Non riesce a stare con la testa sui libri per più di un quarto d’ora. È più forte di lui. In ogni caso nessuno lo obbliga.
La mamma è sempre impegnata, spesso è fuori casa a seguire l’omone grande che sorellina chiama papà, in vari lavori di coltivazione dell’orto. E quando torna la sera gli chiede semplicemente se ha studiato, non si accerta di nulla. Del resto, non saprebbe come fare. Lei, a sua volta, ha solo la formazione scolastica della seconda elementare. Non può insegnargli ciò che non conosce. Potrebbe chiedere aiuto a sorellina che invece è sempre lì con i quaderni e i libri sul tavolo, quello stesso tavolo dove si pranza e si cena e che, nelle ore pomeridiane, e a volte serali, diventa un banco di scuola. Ogni tanto ci pensa ma poi è sempre più forte la malavoglia nei confronti dello studio, la tentazione di stare fuori casa con i suoi nuovi amici. Ha infatti tessuto un bellissimo rapporto con i suoi compagni di scuola e con loro, tra l’altro, può dare spazio al suo grande e appassionante hobby che è quello di giocare a pallone. Anzi, tale passione gli riempie sempre di più la vita.
Viene creata una vera e propria squadra calcistica di cui lui è un elemento fondamentale. Lui e quella cosa rotonda sono sempre più un tutt’uno. Costituiscono un corpo solo che si muove a grande velocità sul campo, diventando lo spauracchio degli avversari.

Il suo, ormai, è un cognome famoso in ambito calcistico, alla faccia di quella doppia N sul suo certificato di nascita, che lo ha reso tante volte infelice e che spesso gli ha creato una sorta di complesso di inferiorità. L’alito di spirito, che continua ad assistere a questo susseguirsi di immagini e sensazioni, viene attraversato da un brivido, consapevole che a distanza di anni sarebbe arrivato il tempo in cui le madri avrebbero potuto anche scegliere di dare il proprio cognome ai figli e in cui, comunque e in ogni caso, le varie possibilità che si sarebbero manifestate nella vita sarebbero state tali e tante, per cui non sarebbe esistita più alcuna discriminazione in tal senso.
E poi ancora, è bello trascorrere il tempo, oltre che nel campo di calcio, sia per partite vere e proprie che per allenamenti, anche nella parrocchia con don Saverio. Don Saverio, ormai, ha sempre più bisogno di lui. Si fida ciecamente e gli affida sempre tanti compiti. Sa di poter contare sulla sua affidabilità, sulla sua discrezione, sulle sue capacità di portare a termine i compiti ricevuti. Del resto, Francuzzo, lì sta proprio bene. Il desiderio di diventare sacerdote ormai appartiene al mondo remoto dell’infanzia. Non pensa certo più di diventare come don Saverio ma stare nell’ambito di una parrocchia gli piace. E poi la parrocchia è al centro del paese. C’è una bella atmosfera attorno alla chiesa.
Tutti imparano a conoscerlo e ad amarlo. Soprattutto i bambini. Lui diventa il ragazzo più amato dai bambini. Si ritrova a fare quasi anche il babysitter per passione. Scopre così un’altra indole del suo carattere: quella di amare i bambini fin dai loro primi mesi di vita. Sarà capace di divertirli, di cullarli, di coccolarli come non mai. E i bambini tutti, lo ameranno con grande intensità come poi, un giorno, lo ameranno le sue stupende figlie.
Sarà un papà eccezionale. Sarà il papà che tutti i figli desidererebbero avere. Sempre presente, sempre disponibile, sempre accanto, sempre pronto a difenderle, sempre pronto ad ascoltarle, anche più della loro stessa madre.
In quella piazza davanti alla chiesa si crea dunque una seconda grande famiglia che gli dà pace e gioia di vivere. Inoltre, è un po’ come stare in una diramazione del collegio. C’è un’atmosfera molto simile e anche questa sensazione lo fa star bene. E poi in parrocchia c’è anche qualcuno dei suoi compagni di scuola, oltre agli altri, comunque amici.

Bastano pochi mesi da quando non è più in collegio che si viene a costituire una nuova compagnia per le sue giornate, una nuova compagnia con cui davvero divertirsi, non solo nel campo di calcio e nello spazio parrocchiale, ma anche al di fuori. Si costituiscono delle vere e proprie associazioni emotive e corali che lo accompagnano in tutte le sue giornate. È un vero e proprio rapporto di amore fraterno e di solidarietà quello che li accomuna e che li rende amici per la pelle.
In quegli anni, infatti, affondano le radici di rapporti forti, potenti, eccezionali, che li uniscono al di là di ogni altro aspetto, al di là delle varie estrazioni sociali, al di là delle varie famiglie di appartenenza, al di là delle scuole frequentate, al di là dei cognomi portati. Al di là delle varie attrazioni, magari per la stessa persona di sesso femminile. Non c’è spazio per gelosie, non c’è spazio per invidia, non c’è spazio per rancori, non c’è spazio per desideri di prevaricazioni, non c’è spazio per nulla che possa essere di ostacolo a quel grande sentimento di unione e di sentirsi pigna, tutti insieme.
Tutti insieme per essere forti, tutti insieme per essere grandi, tutti insieme per affrontare i vari compiti, tutti insieme per essere una squadra che porta avanti la sua partita nel campo della vita. E saranno gli amici di sempre, saranno gli amici che si sosterranno sempre, ognuno per l’altro, molto più numerosi del gruppo dei famosi moschettieri, ma uniti e invincibili come quegli stessi moschettieri. E con questi amici trascorrerà poi i momenti di vacanza, una volta diventato completamente adulto. Anche quando la vita lo porterà lontano dal paese. Anche quando il lavoro e poi una stupenda e bella famiglia lo terranno lontano dal paese, loro avranno sempre il modo di ritrovarsi. Avranno sempre il modo di stare insieme. Rappresenteranno sempre l’amore, l’affetto, la complicità, l’affinità, la voglia di divertirsi e di cazzeggiare, ma anche di essere seri, se la situazione lo richiede.
Non mancheranno mai a nessun appuntamento che li accomuna e che li interessa da vicino. Non potranno nulla contro la loro forza di insieme, le varie mogli, le varie compagne, gli altri nuovi amici portati dalla vita, gli stessi figli, anche se super mega amati. Nulla li allontanerà. Anzi negli anni, pur non trascorrendo tutti i giorni insieme, il loro legame sarà sempre più saldo; un grande e stupendo cordone d’amore che li lega e li fa sentire uniti. Così sarà anche quando quegli stessi amici si riuniranno una sera d’autunno per una fiaccolata e preghiera comune per lui, per il loro amico Francuzzo che combatte la lotta estrema tra la vita e la morte.

L’alito di essenza e di spirito avverte ancor un altro brivido. Sì, quella sera, per un attimo, era stato davvero tentato di rientrare nel proprio corpo. Il richiamo era stato davvero forte, potente, ma poi il ricordo della sua missione nella vita, il ricordo del compito che gli era stato attribuito e a cui aveva prestato fede, promettendo di mantenerlo, non lo aveva fatto desistere. Anzi, proprio quel richiamo così immenso, come quello della sua grande e numerosa famiglia che stava trascorrendo dei momenti strazianti, aveva rafforzato il senso del dovere nei confronti dell’impegno preso. Non poteva sottrarsi, non poteva mollare proprio ora.

La sua vita era stata una missione di spargimento di amore; di semina di amore, anche e soprattutto, tra persone dal cuore duro e a volte rivestito di aridità, ma era proprio lì che la sua essenza andava a creare una breccia. Era proprio lì che si veniva a creare il terreno fertile per poter aumentare la consapevolezza e poggiare i nuovi gradini di evoluzione.
No, non avrebbe ascoltato il richiamo eccezionale di quell’onda d’amore. Non poteva. Obbediva invece a quella che era la sua missione. Una missione grande, una missione d’amore. L’alito sente ora, è che è tempo di riunirsi al tutto. Ha imparato grandi lezioni da questa missione, ha imparato che si può donare la propria vita affinché altri guariscano dal loro egoismo e individualismo. Ha imparato ad amare egli stesso, al di là di confini, al di là dei legami di sangue e delle ragioni utilitaristiche. Ora è tempo di tornare a casa. È tempo di tornare sui banchi di scuola, per apprendere al meglio alcune parti che non gli sono proprio state chiare e per, eventualmente, prepararsi per un nuovo compito. Ma questa è un’altra storia.

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