Da radical chic a radical choc, cannabis e pregiudizi

La copertina del libro Da radical chic a radical choc di Emilio Grimaldi ed Andrea Trisciuoglio

Andrea Trisciuoglio, da oltre un decennio è impegnato nella promozione di iniziative per il diritto di scelta delle terapie, in particolare per l’uso della cannabis terapeutica. Radicale e antiproibizionista, anticonformista e precursore dei tempi.
Riguardo alle possibili voci di medici fuori dal coro da inserire per dare ai lettori la possibilità di scegliere liberamente la versione sulla cannabis, ecco: su questo non è più necessario, perché la lettura e lo studio sulla cannabis insegnano che non si tratta di una modalità di cura come tante altre, eventualità che avrebbe giustificato l’ascolto di scuole di pensiero differenti, rispetto alla mission del libro. Ma di una cura scientificamente provata e accreditata, che solo i nostri pregiudizi culturali, politici e religiosi, ancora considerano ad una certa distanza. A ben vedere, quindi, l’altro polo dialettico c’è, ma non è il medico in sé o una fantomatica scuola che la pensa diversamente, ma lo stesso pregiudizio. Ed è questo che dobbiamo superare.

Autori:

Emilio Grimaldi
Da piccolo voleva farsi prete, ma da grande non lo è più diventato. In compenso ha cercato di colmare questa delusione prima studiando filosofia e poi scrivendo. È convinto che la vera missione dell’uomo sia conoscere sé stessi, insieme agli altri. Ha collaborato con testate locali e nazionali. Ha aperto e gestisce due blog: l’Url di emilio grimaldi e Salām. Ha pubblicato: Kierkegaard e la dialettica della “comunicazione della verità”, ed. Ursini; Belcastro nelle memorie di Rodolfo Piterà, ed. Città del sole; Il giovane Emilio, ed. Città del sole; I papaveri viola, ed. Scatole parlanti. Ha curato la sceneggiatura del docufilm su Vincenzo Padula: La penna di Bruzio, andato in onda su Rai Storia. Sta scrivendo un saggio sulla coscienza. Alla maniera hegeliana ne ripercorre il cammino fino a scoprire un modo originale di intendere la verità, che dialoga con il tempo e il non essere.

Andrea Trisciuoglio
Radicale e cristiano. Amante del mondo naturale quanto battagliero contro le ingiustizie. Andrea rappresenta un unicum di passione e convinzioni che raccoglie dall’educazione familiare e da un fiuto eccezionale verso idee orientate al benessere per tutti, a cominciare dai più deboli. Sua è l’idea della proposta di Legge della regione Puglia che si fa carico delle spese necessarie per l’acquisto della cannabis terapeutica. Sua è l’idea di un progetto pilota per soddisfare il fabbisogno nazionale. Sua è l’idea del sito LapianTiamo.it, di informazione e di formazione sui benefici della cannabis. Suo è il sogno di un Colorado del Mediterraneo nelle Puglie. Dove l’economia si basa sulla cannabis per l’industria tessile, per la bonifica dei terreni, per le terapie. Per un mondo più umano.

Collana: Diritti Umani
Con prefazione di Rita Bernardini e postfazione di Matteo Mainardi
Il testo è arricchito con un album fotografico a colori
pubblicazione dicembre 2020 – pagine 136 – € 18,00
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La prefazione di Rita Bernardini:
Se Marco Pannella mi ha convinto ad affermare l’antiproibizionismo sulle droghe (e non solo), Andrea Trisciuoglio mi ha persuaso che la lotta per la legalizzazione, in particolare della cannabis, ha molte più chance di compiersi, se ad essere coinvolti sono i malati che possono curarsi con la tanto avversata “erba.”
Andrea ha una grande dote: è di una simpatia travolgente, riesce a strapparti un sorriso anche quando stai vivendo la giornata più nera, cambia la realtà che lo circonda con dei colpi a sorpresa che nessuno si aspetta. Quando venne a testimoniare al mio processo a Siena per la disobbedienza civile al congresso radicale di Chianciano (2014), cambiò decisamente la grigia atmosfera di quell’aula di giustizia. “Lei (cioè io) -esordì rispondendo alle domande del nostro difensore, l’avvocato Giuseppe Rossodivita- la chiama disobbedienza civile, ma io preferisco definirla un gesto di logica, di amore, di carità. Ma dov’è il reato che ha commesso Rita Bernardini? Per me non c’è reato quando non c’è una vittima.” Poi iniziò a parlare del primo cannabis social club nato in Italia, da lui battezzato “LapianTiamo” e disse: “Io accorro sempre quando c’è una cessione di cannabis terapeutica… quando uno riesce a sollevarsi dalla sedia a rotelle, per me è una grande soddisfazione!” Poiché nella sua deposizione ritornò più volte sulla coltivazione e sul piantarLa il Presidente lo fermò: “Con le sue dichiarazioni siamo ai limiti dell’auto-incriminazione! Lei ci sta dicendo che la coltiva?” “Per il momento -rispose ironico Andrea- la coltiviamo sul terrazzo della Bernardini!” Manda letteralmente ai pazzi il PM che lo interroga parlando indifferentemente di “farmaco” e di “infiorescenze,” tanto che ad un certo punto la pubblica accusa gli chiese di chiarire e lui, il nostro Andrea, con l’espressione più innocente del mondo, tirò fuori il barattolino del Bedrocan e, così, nell’aula del Tribunale iniziò la spassosissima scena dell’imputata (cioè io) che portava il contenitore dell’erba prima all’incuriosito PM e poi al più scafato Presidente, così che ambedue scoprirono con sorpresa -e con un sorriso- che quelle infiorescenze erano un vero e proprio farmaco e che… profumavano pure! Il siparietto si chiuse con Rossodivita che scherzando commentò: “Purtroppo, non possiamo acquisire il Bedrocan agli atti del processo!”
Quando Andrea organizzò una delle mie disobbedienze nella sua amata città, cioè Foggia, io ero un po’ tesa perché, da Roma, portavo con me l’intero raccolto del mio terrazzo e non volevo che tutto saltasse per un banale fermo con conseguente perquisizione. Tomo tomo, dove mi aveva prenotato l’albergo il nostro Andrea? Davanti alla caserma della Guardia di Finanza! Quando lo guardai smarrita e incazzata, lui mi smontò all’istante con quella sua faccia da impunito che solo chi lo conosce sa a cosa mi riferisco: “Embè, ovvio!” Già perché lui i rischi non se li fila proprio, nessuno è più tranquillo di Andrea nelle circostanze più difficili e solo dopo ho capito perché. Perché se una cosa è giusta, è giusta e basta e, nel caso della marijuana curativa, bisogna fare “come se” fosse già completamente legalizzata, disponibile per ogni malato che ne possa trarre beneficio. Questo libro racconta le vicende più importanti della sua vita, alcune delle quali a me sconosciute, ma tutte corrispondenti all’idea che di lui mi sono fatta dopo tanti anni di sincera amicizia.
Andrea la nonviolenza politica ce l’ha nel DNA, non solo per l’esempio dell’impegno dei suoi splendidi genitori, ma perché l’ha vissuta e la vive impregnandola dei sentimenti, a volte profondamente dolorosi, che attraversano il suo corpo, la sua intelligenza, la sua anima. Si rapporta con gli altri così com’è, bellissimo nella sua nudità innocente, un’innocenza conquistata con lo scorrere della sua vita.

La postfazione di Matteo Mainardi: Se guardiamo alla storia dei diritti civili possiamo osservare percorsi difficili, ostacolati da Governi e Parlamenti che fondano la propria logica di potere sul consenso di nicchie capaci di coagulare voti. A volte queste nicchie prendono il volto dell’estremismo cattolico o delle gerarchie vaticane, a volte prendono il volto delle grandi aziende nazionali o multinazionali, altre volte quello delle corporazioni, altre volte ancora la ricerca del consenso degenera nella tutela degli interessi di organizzazioni con impostazioni antisociali. Ciò che ci dicono i sondaggi è però che, nei regimi di libero dibattito pubblico, i diritti civili non sono ostacolati dai cittadini, ma sono anzi da questi ricercati e sostenuti. E proprio qui vi è una prima e fondamentale circostanza da non trascurare: il libero dibattito pubblico. Non è un caso che per ogni attivista il primo muro da abbattere sia sempre lo stesso, quello della censura e/o della disinformazione.
Se guardiamo alla storia dei diritti civili notiamo anche un’altra costante. Le grandi conquiste non sono mai frutto di una singola azione o di una singola persona, ma sono il risultato di sforzi personali che solo quando riescono a farsi forza l’uno con l’altro e a diventare progetto collettivo, iniziano a delineare un percorso di piccoli traguardi, che con il tempo cambiano la storia.
Informazione, impegno e tempo. I tre ingredienti che riescono ad innescare cambiamenti rivoluzionari.
La lunga storia italiana della lotta per la liberazione della cannabis, sia essa per uso ludico o terapeutico, ha un passato e un presente non trascurabile. In questo volume abbiamo la fortuna di trovare le firme di due pietre miliari di questo percorso: Rita Bernardini ed Andrea Trisciuoglio.
Una delle immagini più belle del mio attivismo antiproibizionista li vede presenti entrambi. È l’autunno del 2012, Mario Monti alla guida dell’esecutivo con una Camera dei Deputati guidata da Gianfranco Fini e un Senato presieduto da Renato Schifani. Rita Bernardini siede in Parlamento, ma il suo impegno instancabile continua anche all’esterno dei Palazzi. Ha appena concluso una coltivazione sorprendente di cannabis che è intenzionata a cedere pubblicamente ad Andrea Trisciuoglio.
Quando porta il raccolto nella sede radicale di Via di Torre Argentina, questo riempie l’intero tavolo della presidenza nel salone principale. Quella mattina la aiutiamo a caricare scatole, scatoline e buste colme di cannabis in un taxi. Ci ritroviamo a Montecitorio dopo pochi minuti. Ad attenderla un mare di giornalisti insieme ad Andrea Trisciuoglio e Lucia Spiri.
Ecco l’immagine che non potrò mai dimenticare (anche per il fatto che quel giorno scattai qualche centinaio di foto): Montecitorio nello sfondo e Rita Bernardini in mezzo a un mare di giornalisti con un mazzo di foglie e cime in mano, Andrea Trisciuoglio sorridente e i Carabinieri che arrivano a sequestrare il tutto.
Recentemente questa storia mi è tornata alla mente perché anche io mi sono autodenunciato portando una pianta di cannabis davanti a Montecitorio. Come da insegnamento di Rita Bernardini ho dovuto insistere perché mi facessero un verbale, oltre al semplice sequestro. Sono stato scortato in Commissariato e subito dopo di me sono arrivati altri tre ragazzi, anche loro fermati per aver portato una pianta ciascuno in piazza, nonostante il divieto arrivato dalla Questura nella serata precedente.
Finito il mio turno e in attesa nel corridoio, sento l’agente parlare con i due ragazzi di Modena arrivati dopo di me. Loro gli stavano spiegando perché avevano portato la pianta in piazza e l’agente, divertito, risponde: “Avete fatto come Rita Bernardini.” Mi si ferma il cuore e mi si accende un sorriso. Allungo lo sguardo e l’orecchio.
Vedendo i due ragazzi smarriti, l’agente continua: “Come fate a non conoscere la Bernardini? È la radicale, quella che si batteva per la legalizzazione con Pannella. Lei ogni due anni arriva in piazza, si fa fermare e poi quando arriva qui insiste dicendo ‘mi dovete arrestare come fate con tutti’. Ma noi non la possiamo arrestare e non sappiamo più come spiegarglielo.” Ride, e io mi commuovo nel corridoio sentendo che è proprio un agente, lì all’interno del Commissariato Roma-Trevi, a spiegare ai ragazzi un pezzo della storia antiproibizionista di questo Paese.
Eccoci dunque qui, oggi. Dove siamo arrivati, dove stiamo andando? Innanzitutto, smettiamo di dire che nulla è stato ottenuto. Anche se tra mille difficoltà, ora i medici possono prescrivere cannabis, le farmacie possono lavorarla e le persone malate possono utilizzarla. Sempre tra mille difficoltà si è riaperta una filiera della canapa italiana. I negozi di cosiddetta cannabis light portano dietro di sé un indotto che inizia ad essere significativo e tutto ciò non è stato possibile per gentile concessione dei nostri governanti, ma grazie ad anni e anni di lotte di persone come Andrea Trisciuoglio che ha messo il proprio corpo in primo piano per sottolineare l’arretratezza italiana sulla cannabis medica, senza fermarsi a questa.
Ovviamente non è abbastanza, siamo lontani dal traguardo, ma qualcosa si sta muovendo. L’affermazione può sembrare ottimistica guardando ai continui passi indietro del Ministero della Salute, alle alzate d’ingegno di certe Procure o al fatto che in due anni e mezzo il Parlamento abbia discusso di cannabis per sole quattro ore. Ma non dimentichiamoci il contesto globale che vede l’Italia e pochi altri Paesi europei rimanere immobili sul tema. Quegli Stati Uniti che hanno lanciato il proibizionismo nel mondo, hanno ora un approccio di riduzione del danno, se non di vera e propria regolamentazione legale del settore; sempre più Stati, anche a noi culturalmente più vicini, guardano in faccia il fallimento di decenni di politiche basate sulla repressione del consumatore e cambiano passo. L’Italia è sempre più isolata e presto ne dovrà trarre le conseguenze.
Poco si muove all’interno dei palazzi del potere, ma poco non vuol dire nulla. Nel momento in cui scrivo, abbiamo due proposte di Legge contrapposte in discussione. Purtroppo, non si tratta di revisioni complessive della tematica, come vorrebbe la proposta di Legge di iniziativa popolare depositata nel 2016 e mai discussa, o il testo che va sotto il nome di Manifesto Collettivo, depositato al Senato da Matteo Mantero (M5S) su proposta di centinaia di Associazioni di settore. Il Parlamento ha deciso di indirizzare lo sguardo solo sul risvolto penale della cannabis, tralasciando diritti e tutele, salute ed economia.
Nel confronto parlamentare da una parte abbiamo la proposta della Lega a prima firma Riccardo Molinari e sottoscritta da 52 deputati leghisti, dall’altra, quella a prima firma Riccardo Magi (Radicali/+Europa) e sottoscritta dai Deputati dell’intergruppo per la legalizzazione, come risposta alla pdl leghista.
La proposta della Lega.
Depositata il 9 ottobre 2019, la proposta di Legge a prima firma Molinari è composta da due soli articoli:

  1. l’immediato arresto di chiunque coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito o consegna per qualunque scopo cannabis. Per semplificare: se un ragazzo dopo aver fatto un tiro passa alla propria ragazza o al proprio ragazzo una canna, secondo la Lega ci dovrebbe essere l’arresto immediato;
  2. dopo l’arresto immediato l’incarcerazione. Secondo la proposta della Lega la pena dovrebbe andare dai 3 ai 6 anni di carcere con una sanzione dai 5mila ai 20mila euro. E questo in modo tassativo perché la proposta chiede di eliminare le pene alternative al carcere, come i lavori di pubblica utilità. Se invece la persona coltiva o detiene cannabis e il giudice non riscontra la lieve entità, la pena dovrebbe salire dai 6 ai 20 anni di carcere e dai 26mila ai 260mila euro di sanzione.

La proposta di Radicali/+Europa, sostenuta dall’intergruppo per la legalizzazione: Alla discussione sulla proposta della Lega, il 12 febbraio viene abbinata la proposta di Legge a prima firma Riccardo Magi. Verte sugli stessi punti toccati dalla Lega, ma va in direzione esattamente contraria. Anche se il deposito della proposta è avvenuto mesi prima del deposito delle motivazioni della storica sentenza delle Sezioni Unite Penali della Corte di Cassazione. È una fotocopia di quest’ultima. La differenza è che se diventasse Legge, ogni giudice sul territorio nazionale vi si dovrebbe attenere.
Anche in questa proposta due soli articoli che possiamo così sintetizzare: non è punibile (né con pena carceraria né con sanzione amministrativa) chi, “anche senza autorizzazione, coltiva un numero limitato di piante di cannabis, idonee e finalizzate alla produzione di sostanze stupefacenti o psicotrope destinate a un uso esclusivamente personale.”
Da una parte quindi si aprirebbe alla possibilità di coltivare, dall’altra si riconoscerebbe una volta per tutte l’uso personale, quindi anche il reato di detenzione verrebbe meno. Non solo: dicendo che il fine è quello della produzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, anche la lavorazione della cannabis non sarebbe più punibile. Tra gli esperti auditi in Commissione c’è stato poi chi -come l’Unione delle Camere Penali- ha evidenziato come, per la formulazione del testo, in realtà si farebbe anche un altro passo in avanti, arrivando anche all’apertura sulla coltivazione associata.
Dove andranno a finire queste proposte? Non possiamo ancora saperlo. Ciò che è sicuro è che senza impegno nulla si muoverà. Ma questo libro può essere spunto per tanti. La storia di Andrea Trisciuoglio ci insegna a non demordere. Mai.

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